I fotografi

Oliviero Toscani

Oliviero Toscani

Razza umana

Nasce a Milano, nel 1942.
Studia fotografia e grafica all’Università Delle Arti di Zurigo, dal 1961 al 1965.
Forza creativa dietro famosi giornali, marchi, immagini corporate e campagne pubblicitarie, è riconosciuto internazionalmente come tra i personaggi più influenti della comunicazione di tutti tempi.
Nel 1982 rende celebre a livello mondiale il marchio United Colors of Benetton. In questi anni crea Fabrica e il giornale Colors.

Da sempre impegnato in campagne di interesse sociale collabora, tra gli altri, con Croce Rossa Italiana, con l’Istituto Superiore della Sanità e con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Dopo oltre cinquant’anni di innovazione editoriale, pubblicità, film e televisione (definiti da Toscani stesso “50 anni di magnifici fallimenti”), continua a produrre creatività applicata ai vari media, realizzando, con il suo studio e con Fabrica, progetti editoriali e televisivi, campagne di comunicazione, mostre, esposizioni e workshop.

Born in Milan, in 1942. He studied photography and graphics at the University of the Arts in Zurich, from 1961 to 1965. A creative force behind famous newspapers, brands, corporate images and advertising campaigns, it is internationally recognized as one of the most influential people in all-time communication. In 1982 he made the United Colors of Benetton brand famous worldwide. In these years he creates Fabrica and the newspaper Colors. Always engaged in campaigns of social interest collaborates, among others, with the Italian Red Cross, with the Higher Institute of Health and with the United Nations High Commissioner for Human Rights. After more than fifty years of editorial innovation, advertising, film and television (defined by Toscani himself “50 years of magnificent failures”), he continues to produce creativity applied to various media, creating, with his studio and Fabrica, publishing projects and television, communication campaigns, exhibitions, exhibitions and workshops.

RAZZA UMANA

L’unico e vero scopo dell’arte è la testimonianza della condizione umana. Mi  sono sempre interessato all’ imperfezione umana. Perché all’interno dell’imperfezione umana c’è tutta la creatività possibile, l’arte è il risultato della ricerca della perfezione, alla quale tutti aspiriamo. Mi commuovo di fronte all’unicità di ogni individuo e per questo  fotografo gli esseri umani nelle molteplici espressioni. Lentamente ho tolto quello che si chiama reportage. Non c’è bisogno di fotografare la guerra per rappresentare il disastro che compie nella società. Basta guardare due occhi che ti guardano con terrore e capisci cosa è la guerra. Vorrei arrivare a togliere tutta la parte formale ed estetica della fotografia, tutto il virtuosismo dei fotografi che usano trucchi,  filtri, colori, post-produzione, sto cercando di fotografare l’anima delle persone, ciò che non è possibile fotografare l’impalpabile, che non ha una consistenza fisica, è impossibile fotografare l’aria che non sia costruita da un colore, un riflesso di luce, forse è più facile dipingere l’aria che fotografarla. Tuttavia credo che si possa fotografare l’anima attraverso lo sguardo degli esseri umani. L’anima nelle sue fattezze, grandezze, meschinità, bruttezze e bellezze più estreme. La mia ricerca è  fotografare facendomi guardare “dritto negli occhi”.
Oliviero Toscani

 

RAZZA UMANA

The only and true purpose of art is the testimony of the human condition. I’ve always been interested in human imperfection. Because within the human imperfection there is all possible creativity, art is the result of the search for perfection, to which we all aspire. I am moved by the uniqueness of every individual and for this I photograph human beings in multiple expressions. Slowly I removed what is called reportage. There is no need to photograph the war to represent the disaster that is taking place in society. Just look at two eyes that look at you with terror and you understand what the war is. I would like to get rid of all the formal and aesthetic part of photography, all the virtuosity of photographers who use tricks, filters, colors, post-production, I’m trying to photograph the soul of people, what is not possible to photograph is the impalpable, that which does not have a physical consistency, it is impossible to photograph the air that is not built by a color, a reflection of light, perhaps it is easier to paint the air than photograph it. However I believe that one can photograph the soul through the gaze of human beings. The soul in its features, grandeur, meanness, ugliness and more extreme beauties. My research is to photograph looking “straight in the eye”.
Oliviero Toscani

FABRICA CIRCUS 24X7X365

FABRICA CIRCUS 24X7X365

Souvenirs from Treviso

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FABRICA CIRCUS 24X7X365 è un centro di sovversione culturale vicino a Treviso, dove talenti under 25, curiosi, irrequieti, ambiziosi, generosi, testa libera e cuore in mano resistono, ricercando immaginazione e creatività.
FABRICA CIRCUS 24X7X365 cerca immaginazione da plasmare, progettare, disegnare, colorare, scrivere, musicare, filmare, fotografare, cliccare, vendere, consumare, sovvertire in uno spazio di architettura magica di Tadao Ando.
Offre un approccio di ispirazione rinascimentale, basato sull’imparare facendo, al fine di produrre comunicazione d’avanguardia.
Il programma comprende laboratori d’arte, fotografia, video, design, musica, sound design, recitazione, scrittura, scienze umane, nuove tecnologie e un ciclo continuo di conferenze, laboratori, performance, incontri e confronti con artisti e professionisti visionari internazionali.

SOUVENIRS FROM TREVISO

C’era una volta un inglese, un rumeno, un polacco,  un canadese, due sud coreani, un’italo-rumena, un tedesco, un’ucraina, un indiano e tre italiani.
Culture lontane, percezioni agli opposti, lingue, abitudini e gusti diversi.
Tutti a Treviso.

“Guardo sempre per aria perché é lì che trovo le combinazioni tra geometrie e colori, spontanee o calcolate, è lì che trovo l’orizzonte urbano di Treviso”. (Sebastian Anastasiei/graphic designer/Romania )

“Mi piace guardare i riflessi nelle vetrine dei negozi, un gioco di contrapposizioni tra l’architettura della città e i manichini, quasi come se questi fossero turisti e stessero guardando Treviso”. (Salik Ansari/artist designer/India)

“I campanelli sono la rappresentazione pubblica della vita privata. Questi sono quelli che vedo ogni giorno. La maggior parte sono semplici e senza pretese, con nomi che riflettono una diversità sempre crescente. Altri sono esclusivi e freddi, nonostante l’aspetto estetico attraente”.  (Gianni Bahadoorsingh/videomaker/Canada)

“Siamo confusi. Treviso è confusa. Il mondo è confuso. Esperimenti in astrazione. Oggetti tra la camera e il soggetto”. (Giovanni Bottan/musicista/Italia)

“Sono sempre affascinato dai tubi che si arrampicano sulle mura degli edifici. E’ qualcosa che fotografo sempre, dovunque io  vada. Mi piace osservare il loro percorso, gli spessori diversi e il modo in cui si mimetizzano sulle pareti alle quali sono aggrappati”. (Guglielmo Brambilla/product designer/Italia)

“Ci accompagnano nel cuore della città; sopra le nostre teste. Ma li abbiamo mai osservati?  Treviso vista dal basso verso l’alto, dai suoi portici”.​ (Bianca Otilia Ghiuzan/graphic designer/Italia-Romania)

“A volte il paesaggio racconta una crisi finanziaria meglio di quanto possano fare le cronache dei giornali, facili da dimenticare. Seguo le tracce della crisi finanziaria del 2008 attraverso la documentazione degli edifici abbandonati o in vendita nel paesaggio del Nordest”. ( Marcin Liminowicz/fotografo/Polonia )

“A Treviso capita spesso di osservare la città attraverso il filtro di un bicchiere di Prosecco, seppur non in senso così letterale. Prodotto di punta della città, ne offre una rappresentazione iconica che riflette, nella sua incallita liquidità, le passioni e i vizi dei suoi abitanti”. (Mattia Mura/videomaker/Italia)

 “Se ci allontaniamo dal centro della città, è facile trovare spazi vuoti e abbandonati ricchi di specie locali che vivono senza l’influenza umana. E’ persino più naturale dei parchi nazionali. Gli ecosistemi spontanei sono sempre attorno a noi”. (Jang Myungsik/designer/Sud Corea)

“Treviso vissuta attraverso il corpo di un’altra persona. Momenti dove la banalità e l’assurdo si incontrano”. (Carl Rethmann/artist designer/Germania) ​

“Treviso ha l’aspetto di un luogo idilliaco. Ad un primo sguardo, rappresenta l’archetipo della città italiana pittoresca. Tuttavia, dietro l’architettura tradizionale e l’evidente benessere, si intuisce un contesto di esclusione sociale”.   (Jamie Rickett/graphic designer/Gran Bretagna)

“Quelle tracce sui muri sono la prova visiva della storia di Treviso. Sono sopravvissute a restauri, processi naturali o alle semplici interazioni umane. Quando un muro è fotografato assomiglia più a un quadro astratto”. (Ivanka Kate Yakovyna /videomaker/Ucraina)

“Treviso è uno spazio completamente nuovo per me, ma trovo che l’oscurità renda tutte le cose nuove indefinite e le unisca al contesto in modo familiare. Lo spazio diventa quindi accogliente, intimo, rassicurante grazie al buio che abbandona la sua classica accezione negativa”. (Huiyeon Yun/designer/Sud Corea)

FABRICA CIRCUS 24X7X365 is a centre for cultural subversion near Treviso where young talents under 25 who are curious, restless, ambitious, generous, open-minded and with their hearts in the right place persevere in their imaginative and creative pursuits.
FABRICA CIRCUS 24X7X365 is looking for imagination for moulding, designing, drawing, colouring, writing, making music and films, photographing, computing, selling, buying and subverting in a magical space designed by architect Tadao Ando.
A Renaissance-inspired approach is offered, based on learning by doing with the goal of producing avant-garde communication.
The programme includes workshops in art, photography, video, design, music, sound design, acting, writing, humanities and new technologies. There’s also a continuing series of conferences, workshops, performances, events and debates with artists and international visionaries.

 

SOUVENIRS FROM TREVISO

Once upon a time there was an Englishman, a Romanian, a Pole, a Canadian, two South Koreans, an Italian-Romanian, a German, a Ukrainian, an Indian and three Italians.
Far-flung cultures; conflicting perceptions; different languages, lifestyles and tastes.
All in Treviso.

“I am always looking up because that’s where I see shape and colour combinations, whether spontaneous or planned. This is where I discover Treviso’s urban landscape”. (Sebastian Anastasiei/graphic designer/Romania)

“I enjoy looking at the reflections in shop windows. There’s the juxtaposition of the city’s architecture and the mannequins, which seem as if they’re tourists checking out the city”. (Salik Ansari/artist designer/India)

“Doorbells are a public representation of private life. These are the ones I pass on my daily commute. Most are simple and unpretentious with names that reflect a growing diversity. Others are exclusive and guarded, despite inviting aesthetics”. (Gianni Bahadoorsingh/filmmaker/Canada)

“We are confused. Treviso is confused. The world is confused. Experiments in abstraction. Objects between the camera and subject”. (Giovanni Bottan/musician/Italy)

“I find endlessly fascinating the pipes that climb up the walls of the buildings. No matter where I am, it’s something I always photograph. I like to check out the path that they take, their different widths and the way they blend into the walls on which they’re attached”.  (Guglielmo Brambilla/product designer/Italy)

“Above our heads, they lead us into the heart of the city. But have we ever really looked at them?  Treviso seen from the bottom up – from its porticos”. (Bianca Otilia Ghiuzan/graphic designer/Italy-Romania)

“At times the urban landscape tells the story of a financial crisis better than newspaper articles, which are easily forgotten. I have followed the trail of the 2008 crisis in the north-east and now in the Treviso area”.  ( Marcin Liminowicz/photographer/Poland)

“The city of Treviso is often observed through a glass of Prosecco, albeit not so literally. A key agricultural product for the city, the world-famous sparkling wine reflects in its stable liquidity the residents’ dedication and vices”. (Mattia Mura/videomaker/Italy)

“If you head outside the city centre, you can easily find open and abandoned areas where plenty of local species thrive, free from human influence. There’s more nature here than in the national parks. These spontaneous ecosystems are all around us”. (Jang Myungsik/designer/South Korea)

“Treviso experienced through another person’s body. Moments where the mundane and absurd meet”. (Carl Rethmann/artist designer/Germany) ​

“Treviso appears to be an idyllic spot. At first glance, it looks like a typical, charming Italian city. However, hidden behind the traditional architecture and obvious wealth, you get the sense that social marginalization exists in the city”. (Jamie Rickett/graphic designer/UK)

“Those marks on the walls are living proof of Treviso’s history. They are the result of restorations, nature’s wear and tear, or simply contact with residents. A photograph of a wall often looks like an abstract painting”. (Ivanka Kate Yakovyna /videomaker/Ukraina) 

“Treviso is completely new and unfamiliar to me. But I find that being in the dark makes new things blurry, yet also unites everything in the setting in a familiar way. Thus, the place becomes welcoming, cosy and comfortable, thanks to the darkness that no longer bears its typically negative connotation”. (Huiyeon Yun/designer/South Korea)

Roberto Pestarino

Roberto Pestarino

Geometrie Metropolitane

Abito in un piccolo Paese vicino Alessandria con 4 gatti senza televisione e
felicemente fidanzato.
Il mio primo scatto è stato nel 2011, nato dal desiderio di Fotografare un girasole in
mezzo ad un Campo Arido.
Dopo questa “ Folgorazione”, mi sono focalizzato maggiormente nel riprendere le
geometrie che nascono nella Morfologia Urbana, dove l’architettura moderna, offre
sempre ampi spunti.
Il mio sito web : fotorobit.it

I live in a village near Alessandria with 4 cats without television and happily
engaged. My first shot was in 2011, born from the desire to photograph a sunflower
in the middle of an Arid Field. After this “electrocution”, I focused more on taking up
the geometries that are born in the Urban Morphology, where modern architecture
always offers ample ideas. My website: fotorobit.it

Michele Palazzo

Michele Palazzo

Dove comincia il mondo

Dove comincia il mondo
di Maria Vittoria Baravelli

La verità storica vuole che l’America sia stata scoperta da Cristoforo Colombo
nell’anno 1492. Ma in fondo non è forse più interessante constatare che viene
scoperta da ognuno di noi, la prima volta che davvero la vediamo?
Perché -ce lo insegna nel suo libro Mario Soldati- New York è “un primo
amore” ed abbiamo la viva percezione che tra la partenza e il ritorno noi
risultiamo diversi; e in prima persona abbiamo potuto vivere qualcosa di
incredibilmente eccezionale..
L’effervescenza di questa città unica, libera e magica la troviamo espressa in
romanzi, film, dischi, opere d’arte ed ovviamente in moltissime fotografie.
Le fotografie sembrano fotogrammi di un film muto, in cui, ai colori sgargianti,
si contrappone un forte senso di impossibilità . Perché Michele scattando
abbassa il volume del mondo: ferma per qualche istante la città che da luogo
affollato si trasforma in una realtà da contemplare. Il silenzio per un attimo vince
sul rumore poi tutto ricomincia.
Allo stesso modo le fotografie di Michele, uniche e piene di sensibilità,
riordinano, registrano queste emozioni e inducono noi spettatori ad immaginare
e a fantasticare -con uno slancio empatico- sulle dinamiche esistenziali degli
abitanti di New York.
Guardiamo le sue foto e le riguardiamo. Ci sentiamo davvero come chi desidera
rileggere per la seconda volta una poesia. Un po’ per meglio comprenderla un
po’ per ritrovare in una manciata di righe, parte di noi stessi. Diventiamo un
tutt’uno con le foto immedesimandoci nei personaggi.

Michele Palazzo:
Originario di Ravenna (1968) si è laureato in Architettura allo IUAV di Venezia.

Vive e lavora a New York.
Appassionato da sempre di fotografia concentra la sua ricerca sui personaggi che
popolano le città del mondo, tanto da creare un suo progetto fotografico,
conosciuto sui social network sotto lo pseudonimo di StreetFauna, in cui
raccoglie le immagini che quotidianamente cattura a New York e nei suoi viaggi.
Alcune delle sue immagini hanno ottenuto riconoscimenti in concorsi
internazionali quali il Travel Photographer of the Year (2016), International
Photographer of the Year 2015, il MIFA (Moscow International Photo Award),
National Geographic 2017, PDN Photo Annual Award 2017, Weather
Photographer of the Year 2017 – Royal Photographic Society, The 2017
Washington Post Travel photo contest e i-Shot by Leica.

www.streetfauna.com
IG: streetfauna

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Where the World Begins
by Maria Vittoria Baravelli
History tells us that America was discovered by Christopher Columbus in the year
1492. But, at the end of the day, is it not perhaps more interesting to note that it is
actually discovered by each one of us whenever we see it for the first time?
As Mario Soldati informs us – in his book – New York is “a first love”. Therefore,
we can clearly perceive that, between our departure and our return, we seem to be
different people who, in our own personal way, have been able to experience
something highly exceptional. The excitement of this unique, free and magical city
is found in novels, films, discs, works of art and, of course, in many photographs.

The photographs appear like frames from a silent film on which, with garish colors,
a strong sense of impossibility is counterpoised. For Michele, taking pictures turns
the noise of the world down: he stops the city for a few seconds while it transforms
from a crowded place into a realism that we can reflect on. For a brief moment
silence wins over the noise, which then starts up all over again.
We look at his photos, and then we take another look. We truly feel like someone
who wants to reread a poem for the second time: a little to better understand it, and
a little to find a part of ourselves amidst some of its lines. We become one and the
same with the photo as we relate ourselves to the characters.
Michele Palazzo
Born in Ravenna (1968), he graduated at IUAV (Architecture) in Venice.
He lives and works in New York.
Ever-passionate about photography, he focuses on people and their environment,
their movements and emotions and he created a photographic project known on
social networks under the pseudonym of StreetFauna, where he collects images
captured daily in New York and during his travels.
Some of his pictures have been awarded in international competitions such as the
Travel Photographer of the Year (2016), International Photographer of the Year
2015, il MIFA (Moscow International Photo Award), National Geographic 2017,
PDN Photo Annual Award 2017, Weather Photographer of the Year 2017 – Royal
Photographic Society, The 2017 Washington Post Travel photo contest e i-Shot by
Leica.

www.streetfauna.com
IG: streetfauna

Matteo Guzzini

Matteo Guzzini

African Heroes

Nel 2013 ha pubblicato African Heroes (Skira) il volume storico-fotografico sulla comunità Samburu Masai del Kenya, preceduto da una serie di partecipazioni a mostre collettive e pubblicazioni su libri fotografici. 
Il supporto degli sponsor al progetto “African Heores” ha reso possibile la costruzione di una scuola a Lolmolok presso il clan Samburu Lorokush. Il libro è oggi presente nel mondo in numerosi Dipartimenti di Antropologia e Storia dell’Africa.
L’omonima mostra fotografica è stata ospitata presso la Fondazione Mudima di Milano. 
Durante il Photofestival di Milano la mostra “African heroes” è stata tra le più apprezzate e visitate tra le oltre 100 esposizioni presenti nella città.
Successivamente un polittico di 300×300 composto da 9 immagini, rappresentanti una danza Samburu sono, stati esposti per 3 mesi al Museo Macro di Roma. Lo stile fotografico di Matteo Guzzini è quello del reportage in presa diretta, non ritocca mai le proprie foto e ha una predisposizione per i ritratti, grazie alla sua abilità a mettere a proprio agio i soggetti.
Uomo curioso, Matteo segue la storia nel suo sviluppo più naturale, vivendo con la comunità  locale la quotidianità per restituirci attraverso i propri scatti l’immagine autentica e vibrante della coscienza di  popoli che hanno superato quelle barriere invisibili che dividono invece il resto del mondo.
Ha partecipato anche come fotografo e cameraman ad alcuni reportage sul terrorismo islamico nel Corno d’Africa, pubblicati dai principali news-media Italiani tra i quali il Corriere della Sera e Italia Uno.
Recentemente durante un  soggiorno in Etiopia è rimasto profondamente colpito dal fatto che ,contrariamente a quanto accade  nella maggior parte del resto del mondo, musulmani e cristiani danno vita ad una convivenza straordinaria che si sublima con matrimoni incrociati dove gli sposi spesso mantengono la propria fede e ai figli, una volta cresciuti, è lasciato  libero arbitrio nello scegliere il proprio credo. Tutto ciò accade in una nazione dove l’Ortodossia Cristiana è Ultra tradizionalista e tutt’oggi vive usi e costumi millenari. La grandissima divergenza teologica dei due credi non divide gli uomini che vivono in armonia sia nella vita quotidiana che negli affari. Quello che emerge quindi è che in

 

Ethiopia, sebbene non sia esente da forti attriti sociali, sia per la sua vastità territoriale e le numerosissime etnie in contrapposizione,  la differente confessione religiosa non costituisce assolutamente un motivo di divisione, ma addirittura vede entrambi spesso uniti per il raggiungimento di fini sociali comuni.
Il tutto accade in una nazione circondata da guerre civili decennali, come la Somali, Eritrea e Sud Sudan.
Essendo questo  oggi un tema universale  ho deciso di impegnarmi per diffondere questo straordinario esempio  di coesistenza, ed è  per questo motivo nasce il nuovo progetto fotografico The Ethiopian way. Il progetto ha come obiettivo primario testimoniare e raccontare questo straordinario modello di convivenza, ricordando che anche The Ethiopian Way si inquadra all’interno di questo contesto più ampio iniziato con African Heroes che tende a promuovere, attraverso la costruzione di scuole e luoghi ricreativi, l’accesso ad un percorso scolastico e spazi di socialità.

http://www.matteoguzzini.com/

Museomacro.org-mostre-matteo guzzini

Wall Street International ARTE/matteo-guzzini

African Heroes il libro

 

In 2013 he published African Heroes (Skira) the historical-photographic volume on the Samburu Masai community of Kenya, preceded by a series of participations in group exhibitions and publications on photo books.

The sponsors’ support for the “African Heores” project made it possible to build a school in Lolmolok at the Samburu Lorokush clan. The book is present today in the world in numerous Departments of Anthropology and History of Africa.

The homonymous photographic exhibition was hosted at the Mudima Foundation in Milan.

During the Photofestival in Milan the exhibition “African heroes” was among the most appreciated and visited among the more than 100 exhibitions in the city.

Subsequently, a 300×300 polyptych composed of 9 images representing a Samburu dance were exhibited for 3 months at the Macro Museum in Rome. The photographic style of Matteo Guzzini is that of direct reportage, he never remodels his photos and has a predisposition for portraits, thanks to his ability to put the subjects at ease.

A curious man, Matteo follows history in its most natural development, living daily life with the local community to give us back through our shots the authentic and vibrant image of the conscience of peoples who have overcome those invisible barriers that divide the rest of the world instead.

He also participated as a photographer and cameraman in some reports on Islamic terrorism in the Horn of Africa, published by the main Italian news media including Corriere della Sera and Italia Uno.

Recently during a stay in Ethiopia he was deeply struck by the fact that, contrary to what happens in most of the rest of the world, Muslims and Christians give life to an extraordinary cohabitation that is sublimated with crossed marriages where the spouses often maintain their faith and to the children, once grown, it is left free will to choose their own beliefs. All this happens in a country where Christian Orthodoxy is Ultra traditionalist and still lives millenarian customs and traditions. The great theological divergence of the two creeds does not divide men who live in harmony both in daily life and in business. What emerges then is that in Ethiopia, although it is not exempt from strong social frictions, both for its territorial vastness and the numerous ethnic groups in contrast, the different religious confession does not constitute a reason for division, but even sees both often united for achieving common social goals. Everything happens in a nation surrounded by ten-year civil wars, such as Somali, Eritrea and South Sudan. This being a universal theme today, I decided to commit myself to spread this extraordinary example of coexistence, and this is why the new photographic project The Ethiopian way is born. The main objective of the project is to testify and narrate this extraordinary model of coexistence, recalling that The Ethiopian Way is also part of this wider context started with African Heroes, which aims to promote, through the construction of schools and recreational places, the access to a scholastic path and social spaces.

http://www.matteoguzzini.com/

Museomacro.org-mostre-matteo guzzini

Wall Street International ARTE/matteo-guzzini

African Heroes il libro

Carlo Ferrara

Carlo Ferrara

Equilibrium

Ciao a tutti, Sono Carlo Ferrara e nasco a Novi Ligure 43 anni fa. Vivo in un piccolo paesino di Due mila abitanti in provincia di Alessandria, ai confini tra appennino Ligure e pianura Padana. Una localizzazione geografica che ha influenzato ed influenza la mia fotografia. Sono un Tecnico specializzato in Strumentazione Industriale, tutte cose che girano attorno ai manuali tecnici, quindi senza spazi per la fantasia. Questo aspetto ha portato a delle ripercussioni nelle mie immagini che diventano così una valvola di sfogo.

Dopo anni “Preparatori” durante i quali ho fotografato qualsiasi cosa, (una grande scuola tecnica è stata la fotografia macro) e dopo corsi, letture e workshop, sono approdato a ciò che è oggi il mio modo di fotografare. L’ Urbex, come strumento Horror, è diventata la principale Location dei miei scatti perché Fascino della luce, i raggi filtrati dalle finestre impolverate, scorci di vite passate avvolti dalla penombra, irresistibili ai miei occhi. Personalmente non faccio fotografia di “Testimonianza”, quindi è nata l’esigenza di inserire una figura umana, date le frequentazioni delle Location, non ho mai trovato amici disposti a seguirmi, quindi ho deciso di inserire me stesso. Da qui due scoperte: la facilità di Posa (non devo spiegare a nessuno come “mettersi”) e soprattutto la possibilità di esplorare il mio Io. Ogni volta che mi inserisco scopro o svelo una parte di me. Dall’ Urbex ai salti per arrivare al surreale, dove trasmetto qualcosa del mio carattere, del mio modo di essere e di vedere il mondo. Ogni volta maturo, confermo o trasformo delle idee. La maggior parte della mia produzione fotografica, risente delle letture giovanili, che vanno da Calvino a Pirandello e passano per i fumetti. Dai primi autori ho imparato l’analisi dei concetti (le maschere Pirandelliane per esempio), mentre dai fumetti, e soprattutto da Dylan Dog, nascono diversi tratti stilistici quali l’abbigliamento rituale, la creazione di “strisce” con più immagini ed anche la scelta del bianco e nero.
Dopo l’Urbex, che ancora tutt’oggi mi affascina, ho deciso di uscire allo scoperto e sono nati due nuovi personaggi o meglio l’estensione del personaggio in altri ambiti. Il Saltatore ed il Surrealista, Se pur diversi per location e pose, entrambi continuano i concetti di base di tutta la mia fotografia: l’equilibrio e la scelta. Mi sono serviti alcuni anni per arrivare a comprendere pienamente che cosa voglio trasmettere ai fruitori delle mie immagini, ma ci sono quasi arrivato. Ed allora il saltatore si trova a compiere un gesto, che inevitabilmente richiede equilibrio Fisico ed interiore. Affronta situazioni paradossali, cerca il suo baricentro in mezzo alle persone o si isola in spazi infiniti. Al surrealista, che invece cerca di “vivere” ovattato dalla nebbia, il compito di raddrizzare il suo destino, di compiere le giuste scelte, pagando o godendo delle conseguenze. Una componente importante, per capire il mio modo di vedere il mondo, è il mio Ateismo. Cerco (perché è tutt’altro che semplice) di vivere basando i miei comportamenti su una frase del Dalai Lama: ” non arrabbiarti per le cose che non puoi cambiare”. Per vivere seguendo questo criterio è necessario avere un buon equilibrio interiore e ponderare le scelte in funzione delle possibili conseguenze.
A livello pratico le foto in cui salto nascono dall’ osservazione di una immagine di Rodney Smith (poco conosciuto in Italia, ma riconosciuto come famoso surrealista moderno). Infatti non salto correndo, ma salto da fermo, con la macchina fissata nel cavalletto e radiocomando in mano, mi abbasso e poi salto verso l’alto. Questo determina diversi vantaggi: non mi sfianco a correre, capisco sempre dove salto e quindi posso mettere la MAF in quel punto, escludendo l’AF. Chiaramente serve un po’ di concentrazione, di coordinamento motorio e di prove.

www.behindthemirror.it

Hello everyone, I’m Carlo Ferrara and I was born in Novi Ligure 43 years ago. I live in a small village of two thousand inhabitants in the province of Alessandria, on the border between the Ligurian Apennines and the Po Valley. A geographical location that has influenced and influenced my photography. I am a Technician specialized in Industrial Instrumentation, all things that revolve around technical manuals, so no space for imagination. This aspect has led to some repercussions in my images that become a relief valve.

After years “Preparers” during which I photographed anything, (a great technical school was the macro photography) and after courses, readings and workshops, I came to what is today my way of photographing. The Urbex, as a Horror instrument, has become the main location of my shots because of the fascination of light, the rays filtered through the dusty windows, glimpses of past lives wrapped in the dim light, irresistible to my eyes. Personally I do not take pictures of “Testimony”, so the need arose to insert a human figure, given the frequentations of the Location, I never found friends willing to follow me, so I decided to insert myself. Hence two discoveries: the ease of Posa (I do not have to explain to anyone how to “get”) and above all the possibility to explore my ego. Every time I insert myself I discover or reveal a part of myself. From the Urbex to the jumps to get to the surreal, where I transmit something of my character, of my way of being and of seeing the world. Every time I mature, I confirm or transform ideas. Most of my photographic production is influenced by young readings, ranging from Calvino to Pirandello and passing through the comics. From the first authors I learned the analysis of the concepts (Pirandellian masks for example), while from the comics, and especially from Dylan Dog, different stylistic features arise such as ritual clothing, the creation of “stripes” with multiple images and also the choice of black and white.
After the Urbex, which still fascinates me, I decided to come out into the open and two new characters were born, or rather the extension of the character in other areas. The Jumper and the Surrealist, Although different for locations and poses, both continue the basic concepts of all my photography: balance and choice. It took me a few years to fully understand what I want to convey to the users of my images, but I have almost arrived. And then the hopper is to make a gesture, which inevitably requires physical and inner balance. Face paradoxical situations, look for its center of gravity among people or isolate itself in infinite spaces. To the surrealist, who instead tries to “live” muffled by the fog, the task of straightening his destiny, of making the right choices, paying or enjoying the consequences. An important component, to understand my way of seeing the world, is my Atheism. I try (because it is anything but simple) to live by basing my behavior on a phrase from the Dalai Lama: “do not be angry at the things you can not change”. In order to live following this criterion it is necessary to have a good inner balance and to weigh the choices according to the possible consequences.
On a practical level, the photos in which I jump are born from the observation of an image by Rodney Smith (little known in Italy, but recognized as a famous modern Surrealist). In fact, do not jump running, but jump from a standstill, with the car fixed in the stand and radio control in hand, I lower and then jump up. This determines several advantages: I do not run to run, I always understand where I jump and then I can put the MAF at that point, excluding the AF. Clearly a little concentration, motor coordination and testing are needed.

www.behindthemirror.it

Fabio Cavessago

Fabio Cavessago

Le strade del mondo

Dopo alcuni Anni trascorsi nel settore Bancario, decide di mettersi alla prova attraverso quella che è sempre stata la sua grande passione, la Fotografia. Sono trascorsi molti anni da quel giorno ma la Motivazione è sempre la stessa, Cogliere quello che più lo Emoziona nel Mondo.
Durante un viaggio in Francia, viene a conoscenza di un Festival Fotografico all’Aperto, questo Accende in lui la Scintilla che lo porterà a Fondare LAB 77, l’associazione con la quale ha organizzato questo evento. Recentemente ha pubblicato un libro: Un viaggio nell’onda, Frutto di un cammino da Bilbao a Lisbona.

www.fabiocavessago.it

 

After spending a few years in the Banking sector, he decided to test himself through what has always been his great passion, Photography. Many years have passed since that day but the Motivation is always the same, to capture the one that most excites him in the world. During a trip to France, he learns about an outdoor Photography Festival, which ignites the spark that will lead him to Fondare Lab 77, the Association with which he organized this event. Recently he has published a book: A journey in the wave, the result of a journey from Bilbao to Lisbon.

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Andrea Zanatta

Andrea Zanatta

Notturni veneziani

Andrea Zanatta fin da giovanissimo si dimostra attratto dal mondo dell’arte, dopo i primi approcci deludenti con la pittura che non soddisfano la sua “sete” di esprimersi viene “folgorato” da una frase dello spagnolo Santiago Ramòn y Cajal che dice: solamente l’obiettivo può saziare la sete di bellezza di coloro i quali, nati artisti, non ebbero il tempo necessario per esercitarsi metodicamente, fino a padroneggiare il pennello e la tavolozza. Nella fotografia di Andrea, c’è il primigenio istinto e rituale del graffitista primitivo: quella necessità, appunto, par la quale il fotografo è fisiologico, forse per lasciare un segno ai posteri, ma è soprattutto indispensabile al vivere meglio, in ultima analisi al vivere e non sopravvivere.

 

Andrea Zanatta from an early age is shown attracted by the art world, after the first disappointing approaches with painting that do not satisfy his “thirst” to express himself is “struck” by a sentence of the Spanish Santiago Ramòn y Cajal that says: only The goal can satisfy the thirst for beauty of those who, born artists, did not have the time necessary to practice methodically, to master the brush and the palette. In Andrea’s photography, there is the primitive instinct and ritual of the primitive graffiti artist: that need, in fact, for which the photographer is physiological, perhaps to leave a mark on posterity, but it is above all essential to live better, ultimately to the live and do not survive.

Mario Vidor

Mario Vidor

Fær Øer

Fær Øer

L’arcipelago delle Faroer, il cui nome, derivante dall’antico norvegese-vichingo “Faar oy” , significa “isole delle pecore, è una nazione formata da un insieme di isole stagliate nell’atlantico, ed è uno dei paesi nordici più remoti.

Come i cocci di un vaso caduto a terra, le Faroer sono composte da 18 pezzi di isole frastagliate e connesse tra loro da ponti, traghetti, elicotteri e tunnel, e regalano un paesaggio tanto drammatico tanto quello islandese, ma condensato in uno spazio minimale. Strade perfette abbracciano le montagne, cascate impetuose si tuffano direttamente nell’oceano  e montagne brulle adornano una terra bagnata da piogge e venti incessanti per ben 260 giorni all’anno.

Tempeste imponenti squassano la costa e si abbattono sulle pareti di basalto che si ergono dal mare come fortezze abbandonate; qui dimorano migliaia di uccelli marini, che, con il loro stridire, interrompono il silenzio della solitudine ed il costante sibilo del vento. Da queste terre nacquero le leggende dei Grigi, della donna foca Selkie ed altre favole che si intrecciano alla realtà in maniera inquietante. Da un’isola all’altra il paesaggio va a ricordare un quadro di Turner, dove l’essere umano diventa una figura insignificante nei confronti della natura, ed è destinato a perire.  L’isolamento dal resto dal mondo si nota nei visi segnati dal vento e dalle intemperie, e pochi sorrisi, sebbene un’educata gentilezza, accolgono il visitatore incerto.

Mario Vidor nel suo libro ha caparbiamente deciso di rappresentare in bianco e nero una terra dalle mille sfumature di verde, volendo sottolineare I contrasti di colori in un modo drammatico, quasi a catturare l’essenza stessa dell’isola.

I piccolo paesi avvolti nella nebbia e gli archi di roccia frastagliati che si ergono dal mare diventano protagonisti, rappresentati nella loro imponenza e caducità, una terra difficile, ma spettacolare nella sua natura, l’orgoglio di una popolazione silenziosa, che continua nella sua lotta quotidiana senza nessuna pretesa. Un paese diverso nella sua cultura e nelle sue credenze, eppure estremamente affascinante all’occhio del fotografo.

Ed accade nei rari momenti in cui il tramonto colora di porpora le montagne intonse e cala il silenzio della sera, che le Faroer vengono avvolte da una cortina di magia e di immortalità; e proprio in quegli attimi queste isole lasciano un’impronta nel cuore, impossibile da cancellare.

 

Mario Vidor

 

MARIO VIDOR è nato nel 1948 a Farra di Soligo. Dalle prime esperienze pittoriche negli anni Ottanta, la sua attenzione si è in seguito focalizzata sulla fotografia.
Dal 1982 la sua personale ricerca – partendo dalla lezione dei maggiori maestri dell’immagine di questo secolo – si sviluppa in due direzioni: l’indagine storico-scientifica e il linguaggio creativo.

Alla sua prima pubblicazione “Sulle terre dei Longobardi” (1989), sono seguiti numerosi altri volumi di fotografia, e alcune singolari cartelle foto-litografiche.

A Pontremoli nel settembre del 1992, con il libro “Semplicemente Italia” ha ricevuto il Premio bancarella. Altri premi da menzionare: a Padova per la miglior fotografia veneta (1996) il Premio “Carlo Goldoni”, a Macerata, il Premio “Territorio Odissea 2000″(1998), per il libro “Le torri di Babele” e, a Orvieto nel marzo 2002, con il libro “Pagine Bianche”, si è classificato primo nella categoria “Fotografia Creativa” e a Garda (VR) nel maggio 2003 ha ricevuto il riconoscimento B.F.I. dalla FIAF e nel 2014 il riconoscimento A.F.I.

Ha tenuto numerosissime mostre personali (oltre 330) nelle principali città italiane e all’estero

 

Fær Øer

 

The Faroer archipelago, whose name, deriving from the ancient Norwegian-Viking “Faar oy”, means “sheep islands, is a nation formed by a set of islands silhouetted in the Atlantic, and is one of the most remote Nordic countries .

Like the shards of a vase fallen to the ground, the Faroers are composed of 18 pieces of jagged islands connected by bridges, ferries, helicopters and tunnels, and offer a landscape as dramatic as that of Iceland, but condensed into a minimal space. Perfect roads embrace the mountains, rushing waterfalls plunge directly into the ocean, and barren mountains adorn a land that’s been washed by rain and wind for a staggering 260 days a year.

Impressive storms rattle the coast and break on the basalt walls that rise from the sea like abandoned fortresses; here live thousands of sea birds, which, with their screeching, interrupt the silence of solitude and the constant whistling of the wind. From these lands were born the legends of the Grays, the seal woman Selkie and other tales that are intertwined with reality in a disturbing way. From one island to another, the landscape reminds a painting by Turner, where the human being becomes an insignificant figure with regard to nature, and is destined to perish. The isolation from the rest of the world can be seen in the faces marked by the wind and the weather, and a few smiles, though an educated kindness, welcome the uncertain visitor.

Mario Vidor in his book has stubbornly decided to represent in black and white a land of a thousand shades of green, wanting to underline the contrasts of colors in a dramatic way, as if to capture the essence of the island itself.

The small villages shrouded in mist and the jagged rock arches that rise from the sea become protagonists, represented in their grandeur and caducity, a difficult land, but spectacular in its nature, the pride of a silent population, that continues in its struggle daily without any pretension. A different country in its culture and its beliefs, yet extremely fascinating to the eye of the photographer.

And it happens in the rare moments when the sunset colors the purple mountains and the silence of the evening falls, that the Faroers are surrounded by a curtain of magic and immortality; and just in those moments these islands leave an imprint in the heart, impossible to erase.

 

Mario Vidor

 

MARIO VIDOR was born in 1948 in Farra di Soligo. From the first pictorial experiences in the eighties, his attention was later focused on photography.

Since 1982 his personal research – starting from the lesson of the major masters of the image of this century – develops in two directions: the historical-scientific investigation and the creative language.

 

In his first publication “Sulle dei Longobardi” (1989), numerous other volumes of photography followed, and some unique photo-lithographic folders.

 

In Pontremoli in September 1992, with the book “Semplicemente Italia” he received the Premio bancarella award. Other prizes to mention: in Padua for best Venetian photography (1996) the “Carlo Goldoni” Prize, in Macerata, the “Territorio Odissea 2000” Prize (1998), for the book “The towers of Babel” and, in Orvieto in March 2002, with the book “Pagine Bianche”, he ranked first in the category “Creative Photography” and in Garda (VR) in May 2003 he received the BFI award from FIAF and in 2014 the A.F.I.

 

He has held numerous solo shows (over 330) in the main Italian cities and abroad